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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


20 giugno 2014

La trattativa

Più di qualcuno ha tentato un'identificazione tra il PD attuale e la vecchia DC. Una cosa che poteva valere, forse, per la collocazione decisa del partito di Renzi al centro dello schieramento politico, ma che mi pare del tutto fuori luogo per il resto. Semmai, il modello Renzi è molto più vicino al modello Midas: un svolta generazionale 'contro' la classe dirigente di allora (i demartiniani) fatta con i metodi spicci e con l'insediamento al vertice di una leadership forte e solitaria, affiancata da una certa sinistra interna. I richiami alla modernità di allora, fanno il paio con il nuovismo dell’attuale dirigenza democratica. La differenza, la vera differenza, è che Craxi quella volta si trovò a fare il panino tra PCI e DC, sgomitando per poter emergere (l’autonomismo socialista), ma ebbe un vantaggio dalla rendita di posizione che lucrava quale ‘intermedio’ del sistema politico. Oggi Renzi è già al centro, e non deve scalare montagne per emergere e acquisire visibilità: non deve fare i conti con quelli più grandi di lui, semmai con gli altri due tenori (Berlusconi e Grillo) che sgomitano, loro sì, per conquistare scena.

Berlusconi è molto in affanno, lo vedo quasi ai margini del palco, insidiato da mezze figure. Grillo invece sta svicolando dalla sua crisi chiedendo una trattativa sulla legge elettorale e presentando addirittura una sua proposta di riforma. Una specie di ribaltamento dopo il ‘metodo Bersani’ dell’anno scorso. Ora, l’avvicinamento di ‘Grillo’ a ‘trattativa’ sembra un ossimoro, sembra un'incongruenza, uno burla, ma non è così. Perché c’è trattativa e trattativa. C’è quella alla luce del sole (immaginate la foto di Moro e Berlinguer che si salutano cordialmente e poi discutono di compromesso storico e destino del Paese) e quella dove ci si vede per ragioni meramente tattiche o di affari, solo per trovare un punto di interesse e stringere un patto (quasi sempre segreto). Io ritengo che l’attuale sistema politico non possa esprimere che questa seconda modalità. I suoi protagonisti sono tipologicamente inadatti a sviluppare pensieri lunghi e a trovare punti di mediazione sulle grandi scelte. Appaiono, invece, più idonei a sedersi e scrutarsi a un tavolo da poker, dove la tattica appare predominante e il punto è solo battere l’avversario con qualche mossa arguta per incassare il banco.

La trattativa richiesta da Grillo, dunque, non è un ossimoro se la si pensa nella modalità ‘tattica’ che dicevamo. Con l’obiettivo di conquistare la scena, mettere da parte Berlusconi, puntare lo spazio della destra. Magari rompendo a Renzi le uova nel paniere, ossia l’asse del Nazareno con Berlusconi. Una trattativa per sfasciare un’altra trattativa. Un po’ di sabbia negli ingranaggi renziani, che non sembra sabbia ma olio lubrificante, ma che funziona come sabbia appunto. L’ennesima mossa da pokerista, insomma. Renzi sembra un po’ sorpreso, ma non è così: lui è capacissimo a fare sponda, come ha già fatto con Grillo in campagna elettorale, dipingendolo come un mostro di Lochness pur di raggranellare moltissimo voto utile da parte dei molti dubbiosi. Così come Grillo fu molto utile per far saltare il generoso tentativo di Pierluigi Bersani nella fase post elettorale. Mi viene da ridere se penso a quello che ha detto Di Maio in tv: Renzi è legittimato, in Parlamento è rappresentato, è giusto trattare. No: quel Parlamento è lo stesso che è nato con le elezioni dove si candidò Bersani. Lo stesso. O era legittimato anche prima o non può esserlo ora. Non è cambiato nulla, caro Di Maio. È cambiata solo la fase: ora che appare fuori gioco la vecchia guardia del vecchio PD, sembrano tutti più rilassati e convinti di potersi giocare il proprio destino in qualche trattativa. In una trattativa, appunto, avente le modalità tattiche che dicevano, senza responsabilità strategiche, né oneri verso il Paese. Una trattativa nella quale si punta a stringere patti o solo a vedere le carte dell’avversario. Oppure a bluffare.


16 gennaio 2014

Occupy PD: chi l'ha visto?

           

Tra qualche mese, quando si dovrà eleggere il nuovo Capo dello Stato, sarò curioso di vedere se si deciderà in un Parlamento assediato dalla Piazza che ritma il nome dei candidati come dei mantra, oppure se si cercheranno delle intese tra i gruppi parlamentari. E vorrò anche vedere se si troverà un ottimo candidato come Marini, capace di rappresentare degnamente le istituzioni repubblicane e l’intero Paese. Perché quando si tratta di regole l’arco del pronunciamento deve essere ampio, il più ampio possibile, a meno che qualcuno non  si tiri indietro di proprio. Certo, una cosa è avviare un confronto istituzionale, un’altra è fare accordi extraparlamentari con questo o quello, peggio se si tratta di un pregiudicato decaduto dalla nomina, che non attende altro che uno straccetto per aggrapparsi e risalire la china. Vorrei solo ricordare che, se avessimo eletto Marini, molto, ma molto probabilmente oggi il premier sarebbe Bersani, e il suo governo sarebbe stato un governo parlamentare in grado di ottenere (nello stesso clima di dialogo istituzionale testimoniato dall’elezione di Marini) un appoggio su punti dirimenti ed essenziali, dalle riforme ai provvedimenti di politica economica. E invece, il bombardamento politico-mediatico di quei giorni contro ogni ipotesi di confronto pubblico tra gli schieramenti, la piazza infuocata ad arte da Grillo e non solo, l’evocazione continua dell’inciucio, l’emergenza di eleggere un Capo dello Stato a scadenza, la tagliola di oppositori interni a Bersani nel PD, pronti a lucrare successivamente e che giocavano sull’improponibilità di un cattolico come Marini a Presidente della Repubblica), ha impedito che questo disegno (la cui contestualità – il pareggio, appunto - era innegabile!) si producesse.

Oggi Renzi si prepara a giocare una partita di poker su più tavoli come se la politica fosse un fastidioso ammennicolo. Non c’è confronto istituzionale, ci sono gli incontri a due, c’è un clima di sotterfugio, c’è la concretissima possibilità di rimettere in gioco il decaduto, quasi rilegittimandolo fuori tempo massimo. Non intravedo un clima di confronto istituzionale, con chi nelle istituzioni c’è seduto davvero! Perché è innegabile che regole e Presidenza della Repubblica nascono in un clima di ascolto reciproco, ma è altrettanto vero che (adesso!) i renziani giocano a staccare accordicchi e aprire canali inquietanti con dirimpettai niente male. E non vale l’osservazione di Gentiloni, per cui se con Berlusconi ci fai accordi governativi perché negare l’accordo sulla riforma elettorale. Non è così. Le maggioranze parlamentari nascono in Parlamento, e l’attuale emerge da un contesto di parità elettorale e da una crisi che morde. È figlia dei tempi. La riforma elettorale sta nascendo fuori dal Parlamento, invece, lungo l’asse tra Arcore e Palazzo Grazioli, con un leader politico che nemmeno ha più uno scranno parlamentare per ragioni legate a vicende giudiziarie. E va pure detto che il PD ha votato per la sua decadenza, non per continuare un confronto arcoriano che oggi sarebbe persino controproducente.

Provate a immaginare per un nanosecondo (e anche meno) se oggi fosse D’Alema a menare le danze, se fosse lui a ricevere un ex senatore decaduto, in una sede extraparlamentare, magari presso lo stesso Nazzareno, resuscitandolo di fatto politicamente. Che direbbe OccupyPD? (A proposito, che fine ha fatto?) Che direbbero i movimenti viola? E quelli che ritmavano Ro-do-tà (trasformando un grande giurista in una macchietta da piazza)? E tutti quelli che usano la parola ‘inciucio’ come se fosse la principale categoria interpretativa del mondo contemporaneo? Che direbbe questo stuolo di persone che oggi sono silenziose e accovacciate da qualche parte? Immaginate se Marini fosse stato invece eletto e, di più, se l’Italia avesse colto quella Grande Occasione venti anni fa, quando una commissione bicamerale fu a due passi da sciogliere un nodo che ancora oggi ci strozza. Oggi avremmo un doppio turno alla francese, invece di rovistare col Porcellum in qualche bidone della spazzatura, e le cose sarebbero andate ben diversamente. Perché poi, a pensarci bene, una legge elettorale ce l’abbiamo già e non è più il Porcellum di cui sopra. Ha ragione Macaluso: siamo messi così male che servirebbe davvero una nuova fase costituente, con elezione proporzionale di un’assemblea parlamentare biennale ad hoc, un governo molto probabilmente largo e rappresentativo, e poi, finalmente, ripartirebbe davvero la gara, senza Berlusconi a girovagare nei corridoi dove pochi mesi fa ancora lavorava Pierluigi Bersani. E dove presto tornerà a farlo. Siatene certi.


13 dicembre 2013

Civoti (la fiducia) e al sinistra OGM

Ha fatto fuoco e fiamme: “Se vinco io, subito la legge elettorale e poi il voto”.  Poi, lemme lemme, ha votato la fiducia a Letta senza colpo ferire. Quasi con nonchalance.  Fosse stato folgorato sulla via di Damasco, mi sono chiesto? Avesse rivisto le sue opinioni? No, per niente, perché ‘Civota-la fiducia’ non ha detto di aver cambiato parere, ma di aver preso atto che i tre milioni delle primarie, avendo dato un ampio mandato a Renzi, in sostanza lo spingevano a modificare la sua (di Civota) posizione sul governo. Lui la penserebbe pure in un altro modo, ma che conta? Le primarie hanno designato Renzi, e lui s’è adeguato. Se non che, Civota-la fiducia si schermisce e dice che, a suo parere, Renzi, concedendo la fiducia avrebbe cambiato linea dopo le primarie. Anzi, dice sempre Civota-la fiducia, è stato Letta a far cambiare idea a Renzi. Dal che ne deduciamo (se la logica non è marzapane) che le primarie le avrebbe sostanzialmente vinte il premier in carica, se è vero che avrebbe convinto Renzi a cambiare linea, “cambiando verso” al risultato del voto  e quindi all’atteggiamento di Civoti verso il governo! Insomma, il nostro Pippo si è accodato al risultato delle primarie, che hanno eletto Renzi, il quale si è fatto convincere da Letta a votare il governo, così che Civati, Renzi e Letta hanno condiviso assieme la fiducia come tre piselli in un baccello. La domanda è: ma che le abbiamo fatte a fare le primarie, solo per dare una mazzata a D’Alema?  Mi sa.

Detto ciò, andrebbe detto che un leader non vive di riflesso a un sondaggio, non sta li come un fuscello, non decide dopo, come fa Civati. Un leader indica gli spazi dove dislocare la politica alla ricerca di frontiere più avanzate. Un leader si assume l’onore e l’onere di suggerire un percorso, di indicare un obiettivo, una meta, rischia in proprio coraggiosamente, al limite si mostra antipatico nelle sue convinzioni, ma scommette sul futuro, sfida il presente e lo forza se fosse necessario, dischiude orizzonti, o almeno li inquadra e li mostra agli altri secondo una convinta prospettiva. Questo fa un leader in un arco almeno trentennale. Non cambia umore secondo l’ultima raffica di vento, non aspetta le primarie, non chiede che si voti sempre tutti su tutto, ma proprio su tutto, in una sorta di plebiscito permanente, come un baraccone. Non vuole che ci sia un primo tempo della campagna elettorale e poi un secondo del tutto sganciato da quella e fatto solo di scelte contingenti e persino trasformiste. Un leader non appartiene alla sinistra OGM, insomma, quella geneticamente modificata, la cui teorica principale è Alessandra Moretti, per la quale tutto si riduce al contesto e le idee seguono opportunisticamente. Un leader non è il Pippo Civati che si squaglia dopo un barlume, né un Renzi che, vedrete, al più è un solista con l’omino accanto che chiede l’obolo. Perché in realtà senza una squadra, senza un partito, senza una comunità, un leader non è nulla, al massimo un fenomeno mediatico. Uno in mano ai desiderata di qualcun altro. E allora, se le cose stanno così, io mi tengo sempre quello che sarà pur grigio per taluni, troppo bonario per altri, persino sin troppo leale e rispettoso verso i suoi compagni di partito, ma che resta un uomo cui affiderei il governo del Paese a occhi chiusi. Chiavi in mano. E assieme mi tengo l’altro, che al contrario è sin troppo arrogante, ma è fermo nelle sue convinzioni, duro quanto basta, persino antipatico, ma che non sbanda dinanzi al primo giovanotto che smanetta davanti a Twitter, ed è sempre stato, si sa, di ‘opinioni costanti’. Ecco, è questa costanza e quella capacità di riflettere una comunità che fanno la differenza coi Civati e con la sinistra OGM di cui sopra. Cuperlo oggi è l’ultimo testimone di un’epoca ma e il primo ad andare davvero controcorrente rispetto al disgustoso andazzo OGM che segna la miseria di quest’epoca. Sinistra compresa.


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17 giugno 2013

Un uomo solo

C’è un punto che fa discutere e lascia perplessi nel documento bersaniano ‘Fare il PD’. Ed è lo strano connubio stabilito tra la tragica scissione tra politica e potere constatata in più passi, da una parte, e la soluzione (semi)presidenzialista affacciata (seppur quale soluzione compromissoria con la destra) dall’altra.  L’accento sull’ “impotenza dei partiti, del Parlamento e del governo” e sulla politica “che sempre di meno è il potere di fare le cose, di trasformare la realtà, di decidere” viene accostato pericolosamente alla soluzione istituzionale di tipo (semi)presidenziale. Come se questo strumento fosse davvero quello opportuno per “restituire potere decisionale e prestigio al processo democratico”. Come se la politica fosse stata ‘sciolta’ dal potere proprio a causa del proporzionalismo, della crisi della rappresentanza, della debolezza degli esecutivi e non da una processo più largo, dalla progressiva ridistribuzione di potere dalla politica stessa alla finanza, alla comunicazione, alla Tecnica in genere intesa come imponente dispositivo capace di prendere il controllo della situazione, determinare modelli, pensieri, comportamenti, trasformandosi persino in una speciale etica individuale e di gruppo. Nonché dalla spoliazione degli organismi istituzionali tutta a vantaggio di oligarchie di vario segno. Non sarà certo la soluzione (semi)presidenziale a rimettere in sella la politica, riabbinandola al potere reale di cambiare, trasformare, governare i processi. Semmai, al contrario, si tratta di risollevare le sorti delle istituzioni, ridare forza e prestigio agli organismi di rappresentanza, snellendone le funzionalità, migliorandone l’efficienza. Piuttosto che negare la favola dell’uomo solo al comando solo a parole, ma rincorrendola nei fatti. Correre dietro alle illusioni è, appunto, l’ennesima illusione.

E allora. ‘Che fare’ affinché la politica riconquisti potere? E ancor prima: è ancora possibile risanare la tragica frattura contemporanea di politica e potere? Sappiamo che, in termini pratici, servirebbero istituzioni più rappresentative, più efficienti e più autorevoli, partiti riformati e trasparenti, forme di partecipazione che non siano mettere solo la firma mediatica sotto qualche spot televisivo (primarie comprese). Ma sappiamo pure che ciò non può bastare se non scuote alle fondamenta gli ideali egemonici di questi anni, di cui la destra si è fatta scudo. Serve altro, dunque, ben più radicale di scelte pratiche per quanto lucide e intenzionalmente efficaci. Per questo sono andato rileggermi un Cuperlo di qualche mese fa. Una relazione al seminario ‘Il mondo dopo la destra’. Lì, Cuperlo si poneva lo stesso medesimo problema del documento bersaniano e rifletteva sul “tema del potere”, su “dove si colloca, su “chi lo esercita”.  E concludeva che “la politica – se vuole riacquistare la sua autonomia – deve misurarsi con un processo che l’ha trasformata”. E badate: quando si parla di politica, ‘autonomia’ diventa sinonimo di ‘potere’.

Che cosa è successo in questi anni, in fondo? Il potere è ‘slittato’ dalla politica verso altre discipline e apparati. Più specialistici, settoriali, legati a interessi ristretti, personali, di gruppo, oligarchici. La destra ha favorito e sviluppato questo processo, l’ha coccolato, se n’è fatta ovviamente portavoce, perché l’etica individualistica che c’era sotto era un pezzo rilevante del suo ‘pensiero’. Ecco: il pensiero, ossia qualcosa di più largo di una pura rimodulazione pratica, di una riforma settoriale o contingente. Quello che la politica ha perduto, difatti, oltre alla propria autonomia rispetto ad altri poteri sempre più agguerriti, è proprio la capacità di pensiero. La forza, ad esempio, di esprimere un nuovo modello, alternativo a quello della destra. E così ha perso autonomia, e dunque potere. Con la destra, dice Cuperlo, “si è imposta una diversa visione della società, della persona e della democrazia”. Che non prevedeva, aggiungo io, né solidarietà, né senso di comunità o di collettività, ma solo una diseguaglianza onnivora, eccedente, esagerata, incongrua, insostenibile alla fin fine, per il sistema democratico. Una disuguaglianza che è diventata cultura, cardine di un pensiero che è poi maturato, si è rafforzato e ha prodotto un’egemonia diffusa, condivisa anche da chi non te lo saresti mai aspettato: i sottoproletari, i disagiati, gli ultimi che si illudevano di diventare, un giorno, i primi.

La politica perde potere, dunque, perché in questi anni il pensiero della destra ci ha convinti che l’uguaglianza è un appiattimento, le istituzioni democratiche una specie di tomba grigia, il pubblico solo burocrazia, il mercato una specie di paradiso, la democrazia solo chiacchiera, l’economia l’unica fucina di ricchezza e innovazione. Ecco. Non basta allora il toccasana della riforma elettorale a rimettere in sesto questa debacle egemonica di lungo corso. Né un po’ di cose pratiche, per quanto efficaci, a rivoltare il guanto. Non sarà il presidenzialismo, tantomeno il compromesso al ribasso con la destra, a risollevare le sorti della politica e il suo potere. Ma un nuovo modello (di pensiero, di vita, di ridistribuzione delle ricchezze e delle risorse), una nuova egemonia insomma, che potrebbe avere (e avrà) tempi medio-lunghi. Nel frattempo, non ci si illuda che per battere l’impotenza della politica basti il contraccolpo rapido di una legge semi (o tout court) presidenzialista. Semmai l’effetto sarebbe esattamente il contrario, perché rafforzerebbe un’idea cardine di questi decenni: non la politica ma un uomo solo in fuga, un Individuo Che Buca il Video, un Capo dotato anche di personali risorse economiche, un uomo che seduce e ‘decide’ senza tanti rompiscatole attorno e che mostra di esser capace di prendere il toro per le corna. No, non è così. Non sarà mai così. Sapevatelo. Se non si riparte dalle istituzioni, dalla partecipazione, se non si ritorna a un modello democratico ampio, rigenerante, se i partiti muoiono, se non si riacquista un po’ di potere perduto, c’è poco da fare. L’uomo solo, al massimo, ci guida diritti verso un baratro. E noi ciechi dietro.

 


30 aprile 2013

Figli di un dio minore?

 

Non c’è amarezza in queste parole, piuttosto incredulità, stupore. Questo è un Paese, caso unico in Europa, che ha sempre rifiutato un apporto sincero, responsabile della sinistra, che l’ha sempre costretta a nascondersi, diluirsi, attenuarsi all’interno di decine di esperimenti centristi. Che non le ha consentito di esprimersi a pieno. Perché non è solo questione di alternanza mancata. È questione di esclusione, di un ‘no’ secco professato una volta per tutte e ripetuto infinite altre volte, come se la sinistra (la sinistra, senza altre etichette) al governo volesse significare chissà quale sciagura. Mentre sciagure su sciagure comunque si susseguivano a Palazzo Chigi. Sono cambiati i protagonisti, i partiti, i leader, le formule, ma quel muro non si è mai sbriciolato. Con Berlinguer o con Bersani non cambia nulla, tanto per citare i due leader (a mio parere) più grandi e più popolari: fuori dal governo o, al più, allungati in qualche brodo, tertium non datur.

Ci saranno certo responsabilità storiche e politiche della sinistra stessa, come no. Ma di sicuro è vero anche l’opposto: non ci hanno voluto, se non di sottecchi, se non camuffati, e spesso nemmeno di sottecchi (come nel caso del governo Letta che, comunque, meno male che c’è). L’ultima chance è stata quella di Bersani. Un percorso di tutto rispetto lo ha portato a candidarsi: l’elezione a Segretario avvenuta nelle urne, all’interno di un percorso congressuale molto ampio. Poi il progetto di dare al PD una sostanza strutturale, fuori dal loft elettoralistico che dapprima appariva. Quindi le primarie, giocate nonostante lo Statuto parlasse chiaro. Ma Bersani ha voluto un’altra legittimazione. Ha voluto un mandato pieno. Poi una campagna elettorale sobria, di contenuti, di progetti e prospettive. Lo chiamavano leader grigio, ma non era vero: era un leader così come dovrebbe essere, senza battutacce, barzellette, castronerie, spettacolo mediatico.

Così abbiamo scoperto che l’Italia non è pronta (non sarà mai pronta) per uomini di questa tempra (come Berlinguer, come Moro, come Bersani). Piuttosto è destinata ad affidarsi a leader apolitici, improbabili, ologrammi mediatici, gente che regge a malapena un microfono in mano, candidati che non si sa mai a quale parte politica appartengano (se vi appartengano). Un Paese che ha perso l’ennesima chance di un governo normale, un governo pronto ad affrontare seriamente le questioni, animato da intelligenza politica, passione, idealità, e guidato da una persona leale e assolutamente perbene. Attorno a Bersani una legge elettorale di merda, un partito inaffidabile, un avversario miliardario infido, un ex comico che pur di non offrire una chance a Bersani stesso e alla sinistra ha rimesso in gioco Berlusconi, ha costretto Napolitano a ricandidarsi, ci ha affidato obtorto collo alle larghe intese. La stretta di mano sincera di Bersani e Letta ieri è la foto di una cosa che sarebbe potuta essere ma non è stata, l’ennesima, l’ultima opportunità gettata via. Uomini come Bersani non sono fatti per questo Paese, ecco il punto, e solo una cupa necessità ha spinto tutti a ricandidare Napolitano, un ex comunista, un uomo del PCI, alla Presidenza della Repubblica. Ecco, immaginate un uomo proveniente dalla stessa parte politica del grande Giorgio alla guida di un governo di cambiamento. Immaginate se quello che sta facendo Napolitano al vertice della Repubblica avesse potuto farlo Bersani a Palazzo Chigi. Questo, esattamente questo l’Italia si è persa. Risorse, ideali, pensieri, progetti, intelligenze maltrattate. Costrette in un cantuccio. Mentre sono tutti lì a pendere dagli stolti e mortiferi post di un tale Grillo Giuseppe. E intanto, per noi, è venuto l’ennesimo momento della rifondazione. Rimbocchiamoci le maniche, compagni.


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22 aprile 2013

O Capitano, mio Capitano

 

Prima di riparlare di politica, in un Paese che ormai (c’è poco da fare) contrappone la Piazza al Parlamento, fatemi dire due cose su Pierluigi Bersani. Non mi spinge a farlo soltanto la stima che provo verso di lui e che non risulta affatto intaccata dalle ultime vicende, anzi. C’è qualcosa di più, ed è l’ostinato attaccamento dell’uomo Bersani ai doveri verso la politica, i cittadini, il partito, i militanti. Mario, un mio carissimo amico, su facebook mi dice che Bersani avrebbe dovuto mostrare a tutti quale fosse la spaccatura nel PD, mettere in piazza i traditori, fare un falò del partito, e magari uscirne come eroe. Anche in famiglia sostengono che avremmo dovuto votare Rodotà pur sapendo che un pezzo rilevantissimo di partito non lo avrebbe fatto (Marini e Prodi insegnano): ma lo avremmo eletto, avremmo spezzato il PD, e Bersani ne sarebbe uscito bene contrapposto alla codardia e alla balcanizzazione sempre più manifesta del suo partito.

Io credo che, se si sostiene questo, si ignora in realtà la storia profonda della sinistra italiana e di quel pezzo di sinistra che si chiama PCI. Pasolini diceva che fosse l’Italia pulita nell’Italia sporca. Una vera comunità di uomini, non un miscuglio di clan. Un partito dove ci si differenziava, ma per ragioni culturali, di vedute effettive, ma poi si stava tutti uniti, e s’affrontavano le battaglie in piena solidarietà reciproca. Dicevo una volta che, se mi fossi trovato in un paese o città italiana con la necessità di un’informazione o un aiuto, sarebbe bastato entrare in una sezione del PCI. I carabinieri e il partito comunista li trovavi ovunque. Erano l’Italia. Oggi le sedi di partito sono comitati elettorali, agenzie locali che trattano candidature e rispondono al capocordata invece che al segretario del posto. Quell’Italia pulita non c’è più, o almeno è sempre più ristretta e assediata da masse incrudelite in qualche fortino, con fuori quelli che urlano: siete vecchi, tutti a casa, vogliamo il ‘nuovo’.

Bersani è la perfetta espressione di quell’Italia pulita. Ne è l’ultima e perfetta appendice. Ne è il più acuto, e forse l’ultimo testimone. Non ha nutrito ambizioni personali, si è messo al servizio. Ha tenuto unito il partito il più possibile, nonostante fosse una pentola a pressione che stesse per esplodere alimentata dalle ambizioni di molti. Un partito senza più un’idea comune. Senza più solidarietà. Questa è la politica oggi, compresa quella di Grillo: una guerra dove non distingui più le ragioni comuni, collettive, dove non scorgi rispetto reciproco, dove il nemico è quello che ti siede a fianco, dove ci si allena a tradire invece di solidarizzare. Dove gli avversari sono 10 piccoli indiani da fare secchi. Dovete capirlo: Bersani non avrebbe mai scelto di uscirne come un eroe, se avesse voluto dire sacrificare il partito. Il partito non è un omnibus, una macchina, non è il predellino su cui sali per farti bello o renderti visibile, non è la leva per alzare il mondo, non è un utensile usa e getta. Il partito è il tuo modo per stare dentro la società e la vita delle persone. Il partito è un mondo di valori, idee, solidarietà, progetti. Renzi questo non lo capirà mai, non lo può capire. Ma noi che veniamo un po’ più da lontano rispetto a lui, lo sappiamo bene.

Bersani non è Schettino. Si è dimesso solo dopo aver capito che non c’era più nulla dare, che la ciurma si era ammutinata. È stato gettato via dalla nave, buttato in mare. Ma non avrebbe mai e poi mai affondato lui stesso la nave per uscirne da eroe. Eppure, guardatevi attorno, è pieno di leader o presunti tali che antepongono la propria ambizione ai destini collettivi. Che affonderebbero un migliaio di Costa Crociera se servisse a far stagliare la propria immagine nell’universo della rete, dei media, dell’opinione pubblica. Grillo sta costruendo la propria fortuna demolendo le istituzioni e facendo secco Bersani. Io non andrei mai via dall’Italia per ragioni di carriera personale o di studio, ma se il clima fosse definitivamente questo, se la vita collettiva diventasse in tutto e per tutto solo una canea dove ognuno pensasse per sé e la politica fosse ridotta al mantra ‘Ro-do-tà’, ripetuto in piazza al di fuori di un Parlamento assediato da una Folla, allora non ci penserei due volte ad andarmene. Ma poi non lo farei mai per davvero, perché vengo da un’altra epoca. Ai tempi miei le navi affondavano con tutti i capitani dentro. E solo i sorci le abbandonavano in tempo, magari per essere gli eroi che si erano salvati dal naufragio.

PS Quello in foto, in camicia bianca, non è Renzi. Siatene certi.


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17 aprile 2013

Chiudere un ciclo

 

Il tempo, dicevamo, logora i furbi. Quelli che vorrebbero lasciare agli altri l’onere, e poi trasformarli in orsetti di comodo a cui sparare bordate. È il ruolo che si è scelto Grillo e il suo movimento scombiccherato. Alla lunga se ne vedono i limiti e i rischi, soprattutto per loro. Non si può stare alla finestra, non si può concorrere a una competizione politica (politica è sinonimo di responsabilità) e poi pensare di stare in un videogioco a fare referendum web pure sull’aria che si respira. Dilettanti allo sbaraglio, abbiamo detto. Ma anche irresponsabili, con un giochino ormai scoperto che mostra i suoi limiti. Li aspetto, i grillini, dinanzi a scelte importanti come quella del Presidente della Repubblica. Li aspetto dinanzi alla possibilità che quest’ultimo possa poi sciogliere il Parlamento e rimandarli a casa: attori precari, elettricisti e disoccupati compresi. Li voglio vedere dinanzi al rischio di perdere uno scranno da 13.000 euro al mese, li voglio vedere tornare a casa da cittadini ex parlamentari, di nuovo alle prese con una vita quotidiana spesso dimessa, divenuta ora persino più frustrante dopo tre mesi di belle epoque alla Camera o al Senato.

Il vuoto della politica produce mostri. Da circa venti anni il panorama è occupato da persone qualunque, spesso sbiadite, quasi mai colte ma alle prese con tremendi incarichi istituzionali, nonché da molti politici improbabili, da parvenu, da gente davvero fuori luogo. La crisi dei grandi partiti, poi tangentopoli, poi la legge dei Sindaci, poi il berlusconismo, poi la superfetazione di partiti ad hoc, padronali, di liste civiche o di società civili inflattive ci hanno regalato il nulla del nulla, di cui il grillismo è soltanto la crema della crema. Quando si chiuderà questa fase ingloriosa, quando Bersani avrà tessuto il suo filo e stretto il cappio, quando la politica tornerà ad occupare i vuoti (perché i cicli si chiamano cicli apposta), quando riemergerà una vera opinione pubblica, allora ci saranno in giro molti reduci del ventennio, molti ex politici spaesati, ma spero anche un nuovo sistema dei partiti, rigenerato, istituzioni più efficaci, più partecipazione grazie ai partiti stessi, meno individualismo, meno ambizione personale, e più democrazia a tutti i livelli. Dopo tanti avventurieri tornerà l’epoca dei grandi politici. E della responsabilità pubblica. Con meno comici e meno miliardari sulla plancia. Non è nostalgia, ma una speranza.


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16 aprile 2013

Non si uccidono così anche i partiti?

 

Quando Fabrizio Barca parla della necessità del partito politico ne ha ben donde. Immaginate se il PD esplodesse. Se nascesse una nuova galassia di gruppuscoli e partitini o liste variamente legati a questo o quello. Se cessasse l’unica anomalia italiana, quella di un partito vero, radicato, dove l’interesse generale viene prima di quello del candidato di turno. Cadremmo nel buio completo, nella notte in cui tutte le vacche diventano nere e irriconoscibili, anche perché ci sarebbero ben poche identità da identificare, ma solo un coacervo di partiti e liste padronali, personali, ad hoc, contingenti, occasionali, multiformi o del candidato. Nessuno più si occuperebbe di mediare le politiche pubbliche, regolare la domanda sociale, colmare il baratro tra cittadini e istituzioni. Sarebbe il suggello finale di una fase iniziata negli anni novanta e proseguita con la speciale cialtroneria politica di molti e successivi parvenu. Sarebbe il trionfo dell’antipolitica, ossia di una speciale politica, quella che ha costruito le proprie fortune rompendo il campo, così come una volta si bombardavano le piste aeree per non far né decollare e né atterrare gli aerei. Lamentandosi, magari, che il traffico aereo poi si fosse interrotto.

C’è modo e modo per ammazzare un partito. C’è quello di Renzi che lo vorrebbe trasformare solo in un supporto alla propria candidatura, e nulla più. E per fare ciò oggi deve ‘rivoltarlo’, mutarlo geneticamente, mettere tutti contro tutti, condurlo all’implosione finale. C’è quello di Grillo, che scatena una specie di canea nazionale contro istituzioni e partiti (tutti i partiti, o meglio contro l’unico) nella convinzione che non siano i costi della politica a danneggiarci, ma il COSTO della politica in sé, anzi la politica dei partiti e delle istituzioni tout court. C’è quello dei tecnocrati, che considerano la politica una inutile chiacchiera, perché credono che 15-20 persone, appunto, sappiano già tutto e bastino al governo del Paese: gli altri si limitino a consumare e a pagare il debito. C’è poi quello dei reazionari, fascisti, golpisti, ma è storia antica, ben nota a tutti. E c’è infine quello di chi non è né di destra né di sinistra, che i problemi non hanno colore, che le soluzioni vere non c’entrano coi partiti e con i loro apparati, che sono tutti uguali, che basta con le aule sorde e grigie. Tutti costoro hanno una cosa in comune: l’odio, o almeno il risentimento verso il PD, l’ultimo ostacolo che i “comunisti” oppongono al trionfo delle oligarchie, alla politica ridotta a schermaglia elettorale, all’individualismo sfrenato e solitario di chi pensa solo a vincere le elezioni per se stesso e basta. Detto ciò, non pensate che il PD non vada affatto ammazzato, ma anzi difeso fino all’ultimo? Io dico di sì. Fino all’estremo. Poi in caso si vedrà.


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permalink | inviato da L_Antonio il 16/4/2013 alle 10:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


12 aprile 2013

Mettere in sicurezza il partito

 

Parrà riduttivo in tempi di crisi socioeconomica e di povertà, ma il nodo politico vero, quello attorno a cui ruota la disaffezione di moltissimi alla politica è proprio la natura del partito. Paradossale? Forse, ma nemmeno troppo. Lo dico senza remore: il partito liquido, o liquefatto, o liqueso è la Causa Prima della crisi della politica, o almeno la soluzione possibile che acuisce il male. Se poi a questo pernicioso modello organizzativo aggiungiamo la legge sui Sindaci, quella che alcuni vorrebbero persino estendere a livello nazionale, la frittata è fatta. Nelle città il partito (compresa la politica nei quartieri) è morta dinanzi allo strapotere dei Sindaci e ad Assemblee elettive ridotte a mere ratificatrici di decisioni straprese altrove. Detto in sintesi, l’enfasi sul governo a discapito della rappresentanza e delle forme organizzative dei cittadini ha fatto più danni delle cavallette.

Il partito macchina elettorale non serve a niente, nemmeno a vincere le elezioni. Un omnibus dal quale si sale e si scende a richiesta (suonando il campanello) è del tutto inutile, anzi dannoso. Ecco perché serve un’altra forma organizzativa, un modello strutturato, radicato nei quartieri e nei luoghi di lavoro, democratico anche nella sostanza, partecipativo. E soprattutto autonomo. Autonomo dal governo, dallo Stato di cui pure rappresenta un pezzo importante, dalla società (in cui cerca pure radicamento) e capace di esprimere una propria e diffusa “mobilitazione cognitiva” (come dice Barca a proposito), un intellettuale collettivo insomma, come si diceva una volta. È questo partito che serve come il pane, non solo istituzioni più funzionali e meno dispendiose, o costi dimezzati, meno che mai la polemica continua, stucchevole contro i ‘politici’ e la casta. Un partito così non sarà la ‘scuola di vita’ di una volta (che Barca comunque esclude), ma sarà senz’altro una scuola di formazione permanente, un organismo di partecipazione popolare, nei quartieri e nei luoghi di lavoro.

Mettere in sicurezza il partito è il primo passo. Distinguere il destino della premiership da quello della leadership è il primo compito. Una cosa è il governo, un’altra il PD. Finisce l’era della colonizzazione governativa e si apre quella della dialettica democratica, dei confronti regolati, delle reciproche autonomie nel limpido sostegno politico-istituzionale. Un partito così elabora anticorpi, non si presta all’OPA del primo venuto (in qualunque modo si chiami), rafforza il proprio carattere di impresa collettiva, la propria ‘permanenza’, il proprio radicamento qualunque siano le vicende politiche e istituzionali in corso, qualunque sia la fase. Dopo di che si fanno i congressi, si discute, si ragiona assieme, si decide, si vive nei quartieri, si ascoltano i luoghi di lavoro, si dialoga con la società, si preparano i cittadini al cimento politico, alla partecipazione, alla consapevolezza. È la mobilitazione sociale e cognitiva di cui scrive Barca. L’impresa collettiva di cui dice Bersani. La bellezza della politica di cui parla D’Alema.

Nella foto, il caos creativo del vecchio PCI


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11 aprile 2013

L'elettricista di Lenin

 

Lo voglio dire con poche, pochissime parole. Uso ancora una volta la metafora della cuoca di Lenin. Io non credo che una cuoca (ma anche un insegnante di scuola media, o un idraulico, o un impiegato e persino un ingegnere, a meno che non abbiamo competenze specifiche) possano o debbano assumere direttamente ruoli di governo (o anche di rappresentanza istituzionale). Non credo che democrazia o partecipazione vogliano dire mettere un elettricista o un attore precario o un cantante stonato in parlamento o al governo. Che ce ne facciamo di un idraulico al ministero della sanità? O anche di un infermiere, per quanto onesto e padre di famiglia? Bene. Il punto è un altro. Non si tratta perciò, grillescamente, di aprire il campo delle élite a chiunque. Le élite vanno formate, debbono studiare tantissimo ed essere esaminate accuratamente, selezionate, testate, ecc.

La partecipazione democratica, l’estensione della soggettività democratica sono un’altra cosa, e non cliccare onlàin cose così, tanto per esserci. La partecipazione è quello che faceva il PCI, tanto per esemplificare. Ossia aprire le proprie sedi permanentemente, dotare le popolazioni di strumenti adeguati a capire, intervenire, scegliere con cognizione, sentirsi vicini ai propri rappresentanti, far parte della pubblica opinione a tutti gli effetti, non passivamente nel giorno delle urne. Ecco il punto. Non gettare nel tritacarne uno come Crimi o qualche altra oscuro neodeputato, ma riempire il fosso che separa cittadini e istituzioni, colmare il baratro che disgiunge gli elettori dai partiti prima che in quell’abisso ci precipiti la democrazia italiana. Mandare allo sbaraglio una cuoca o un attore precario è un atto irresponsabile, che allarga il burrone, altro che. Ma per ‘allestire’ la partecipazione, garantirla, creare consapevolezza diffusa (ancora, il modello è il PCI) servono i partiti, quelli veri, non quelli padronali o le liste civiche. Serve che questi partiti siano istituti permanenti, che offrano volontari, cultura, idee, organizzazione nei quartieri, presenza. Serve anche per questo un tot di finanziamento pubblico. Perché i finanziamenti privati ai candidati (questo vuole Renzi) si consumano nello spazio delle primarie, si dilapidano, e non ne resta nulla il giorno dopo i gazebo.

L’elettricista o l’attore precario li vorrei attenti osservatori delle cose politiche, li vorrei nei quartieri a fare politica, a organizzare i cittadini sui temi nazionali o locali nel tempo libero, li vorrei volontari a qualche iniziativa importante. Ma non seduti sugli scranni, a meno che non abbiano, dicevo, competenze specifiche tipiche di una élite pronta ad assumere compiti di governo, perché è magari capace di scrivere un testo di legge. La passione non basta, sia chiaro. E la partecipazione è il risultato di una somma di partito organizzato+quartieri+luoghi di lavoro o di studio+formazione+volontari+due soldi pubblici almeno+tanta, tanta, tanta passione politica democratica. UN mix che, spiace dirlo, solo il PD oggi sta tentando. E nemmeno tutti quelli del PD. Ecco.

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